Settantadue ore dissoltesi come la scia di un arereo nel cielo dorato di stasera. Tanti i chilometri percorsi, svariati cibi assaggiati, qualche persona fastidiosa che potevamo evitare, sole, vento, abbracci. Un calderone di odori, sapori, voci, volti, immagini, foto, strade, paesi, abiti e monumenti. Sabato me lo godo a modo mio: fuori c'è il sole che scalda ancora, spalanco le finestre e tolgo la polvere che mi infastidisce. Mi alleno in una palestra semivuota: troppo grande per tre persone ma comunque accogliente che quando si è in pochi le parole scorrono senza timori. Un po' di spesa, un po' di relax, una cena senza pretese, un libro che non riesco a terminare e un sonno ristoratore che testimonia il mio bisogno di rallentare. Infatti, tanto per non smentirmi, la sveglia della domenica suona poco dopo le 7: un sms mi avvisa che non correrò da sola, così, sempre con Fra al mio fianco, vado a Busto che organizzano una tapasciata non competitiva. Incontro un bel po' di facce conosciute e poi con Samuele, podista di una squadra avversaria, iniziamo a sgambettare. Forse una delle corse più belle che abbia mai concluso: ridendo e parlando tutti i 14 km, fermandoci al ristoro come se fosse un picnic, ascoltando le sciùre che si scambiavano le ricette, godendoci il Parco dell'Alto Milanese, senza sentire la fatica, senza pensieri pesanti, senza l'angoscia della classifica. Ci salutiamo dandoci appuntamento per una quasi-mezza maratona domenica prossima e torno a casa provata ma adrenalinica perchè la giornata è solo cominciata. Il pomeriggio ci aspetta un giro per negozi all'outlet di Vicolungo: quest'anno non volevamo regalare niente a nessuno, però poi l'animo magnanimo ci ha convinti che un pensierino per tutti non ci avrebbe sconvolto le finanze più di quanto non lo siano già, quindi...E poi dovevamo trovare assolutamente un giubbotto per Thomas che cresce a vista d'occhio; un paio di magliettine per me; qualche cosmetico che avevo finito e poi, via di corsa, che io odio la massa di gente che entra ed esce dai negozi come se il mondo stesse per finire da un momento all'altro e poi morire per gli sbalzi di temperatura dentronegozio-fuorinegozio non è la mia vocazione, ecco. Una pizza, tanto divano e la stanchezza che mi viene addosso all'improvviso. Mi addormento coccolando Fra così decido che il letto è meglio del divano. Dormo di filata fino al mattino dopo quando vengo svegliata prima dall'altro e poi dall'uno. Doccia, colazione con tutta la calma di un hotel e poi in macchina direzione Torino. La mèta è stata scelta un po' a caso un po' con l'idea di visitare il Museo Egizio. La prima tappa è Chivasso, un paesotto alle porte di Torino famoso per i nocciolini e per Miss Cicca Bagnata, concorso che si tiene a luglio e che consiste nel masticare una Vigorsol con le tette de fora, presumo. La città è come piace a me: col corso in pavè e i negozi sui lati. Compriamo un po' di prodotti tipici, dai formaggi alla torta di nocciola passando per dei biscotti di grano duro. Ci rimettiamo in macchina quando lo stomaco di Fra è in preallarme. Attraversiamo Betlemme (ebbene sì
) e, non trovando ristoranti aperti ed essendo già l'una passata, ci fermiamo alla Trattoria tipica di Settimo Torinese. Io avrei voluto alzarmi e andarmene quando non ci hanno fornito un menù scritto, ma Fra, nel fra-ttempo, si era scofanato l'antipasto di salumi composto da ben 2 fette di salame, una di mortadella e 2 striscioline di lardo. Così mi sono permessa di chiedere i prezzi: l'avessi mai fatto! Il cameriere-proprietario è sbottato con ma che pretese sarebbero? qui è un ristorante, mica un self-service. Al che, già ingrifata, gli ho ribattutto che era un mio diritto sapere se le verze che stavo per magnà mi sarebbero costate una rata di mutuo. Ce ne siamo andati maledicendo la fretta e la fame. Torino ci accoglie con un traffico postprandiale che ve lo raccomando, il cielo è grigio e i palazzoni mi danno l'impressione di una città fredda. Attraversiamo il mercato e ci ritroviamo subito nel centro città. Piazza Castello è immensa e il Palazzo Reale non è da meno: purtroppo gli ingressi a pagamento castrano ogni mia velleità artistica. Ci spostiamo ancora più nel cuore della città: gli addobbi fatti coi fondi delle bottiglie di plastica sembrano vetrate di murrine, la coda fuori dal Museo Egizio ricastra la mia voglia di dare un tocco culturale alla giornata, le vetrine delle pasticcerie mi incantano. Fra si esalta davanti al negozio della Juventus (con la fila per entrare pari a quella del museo), a me basta, invece, il Mc Donald's che all'occorrenza diventa pisciatoio pubblico. Ci rimettiamo in macchina all'imbrunire e ripassiamo davanti alle fabbriche di cui leggo sempre ma che non so mai dove collocare. La colonna sonora della giornata è Just breathe dei Pearl Jam e la pioggerellina che comincia a sporcare i finestrini è foriera di quella malinconia che segue sempre i momenti di felicità: ti accorgi che vorresti sempre essere serena, ma sei consapevole che servono anche i calci sui denti per apprezzare quel che di più bello hai. Rientriamo a casa pieni di pacchi, il tempo di sistemare tutto e di cenare che poi il sonno sopraggiunge, nonostante lo scazzo per ciò che mi spetta e tarda ad arrivare. E' già martedì quando riemergo dal torpore e mi ritrovo Fra tutto affusillato che abbisogna di coccole. Ma mica solo quelle, eh! Me la prendo con calma anche se scalpito per uscire a correre. In tutta tranquillità ripercorro una strada a me fin troppo familiare, ma la adoro perchè è piena di salitone e sentire male alle cosce è piacevolmente masochistico. Mi godo ogni metro e torno a casa stanca e affamata. La doccia è un toccasana, ma mai quanto il sole che batte sul piumone e scalda come la stufa di nonna. Decido che è la giornata giusta per indosare la minigonna: federica-minigonna = impresa epica. Fra mi dà l'approvazione e si diverte pure a fotografarmi. Io, dal canto mio, mi vergogno come un'ape ignuda, ma chissenefrega. Andiamo a Varese che c'è l'Eurochocolate e, se funziona come l'anno scorso, ai Giardini Estensi la Lindt regala cioccolatini. E così è. In piazza è pieno di stand dove espongono tutti i maggiori produttori di cioccolato: tavolette di ogni sorta, liquori, bonbon. E la piadina con la Nutella ha un profumo fenomenale. Passeggiamo per il centro sempre coi negozi aperti e le persone impazzite che sembrano palline di flipper. Noi torniamo a casa con la carta da pacchi comprata dai cinesi che ho già tranciato mentre impacchettavo. Ho già smadonnato il giusto che il secondo tubo che compro e il primo è finito nella monnezza. Da un po’ di tempo mi fai venire in mente una persona che “cade e si rialza, corre, cade e si rialza”, come quella descritta da Robert Hass nella poesia Time and materials. Hai la mia compassione quando cadi, la mia ammirazione quando ti rialzi e il mio sostegno quando ricominci a correre. Ormai avrai capito che non devi vergognarti se cadi. Anche questo fa parte di quel processo di apprendimento che ti sta rivelando segreti su come rialzarsi e correre.
Ecco, perfetto: mi calza a pennello. Che io, in effetti, un po' misirizzi mi sento.
E queste stelle oggi mi piacciono un sacco. Che non solo cado e mi rialzo, ma mi metto anche a correre.
Che voglio di più? Magari solo una giornata di sole, che oggi questo grigiume di ghisa mi sta un po' stretto. Ma confido nel weekend lunghissimo che spero sia foriero di quanto più ci aggrada.


Io sono buona e cara, sorridente, disponibile, affabile, estroversa, caruccia e anche un po' bertuccia.
Ma se mi fanno girare i coglioni divento una bestia.
Questa è la mail inviata in risposta ad una comunicazione dell'agenzia immobiliare.
Non spiego nulla che tanto dalle mie parole e dal tono si capisce benissimo quale sia l'entefatto e la frase che ha scatenato la mia ira:



